Il più delle volte, la perfezione serve a rendere la società più controllabile, meno critica e più docile.

Nel saggio Le forme del bello edito da Il Mulino, Remo Bodei racconta come il concetto di bellezza si sia trasformato nel tempo.

Dall’idea classica di ordine, misura e armonia fino alla rivalutazione del brutto come categoria estetica autonoma, capace di generare significato, emozione e profondità.

Tra queste due polarità – bello e brutto – dovremmo chiederci: in quale parte ci riconosciamo davvero? Un domanda che ha bisogno di riflessione e tempo.

Lo scorso anno è uscito Uglies, film distopico tratto dal romanzo di Scott Westerfeld.

Racconta un futuro in cui, al compimento dei 16 anni, tutti devono sottoporsi a un intervento chirurgico obbligatorio per diventare “perfetti”, uniformi, accettabili.

La perfezione serve a rendere la società più controllabile, meno critica, più docile.

Eppure la protagonista aspetta con impazienza la trasformazione.

Dice: “Non voglio essere libera, voglio essere perfetta.” Quanti giovani – e non solo giovani – si riconoscono in questa frase? Viviamo in un’epoca che consegna la perfezione come requisito per esistere, per piacere, per essere notati.

Le nostre giornate devono essere perfette.

Perfetti i nostri amici, il nostro lavoro, il nostro corpo, il nostro outfit.

E perfetto dovrebbe essere anche ciò che pubblichiamo qui, giusto per assecondare l’algoritmo e la visibilità sperata.

Ma l’essere umano non è perfetto.

Se pensiamo all’intelligenza artificiale come allo strumento che “corregge” ciò che siamo, rischiamo di perdere proprio ciò che ci rende unici: la nostra individualità, la nostra differenza, la nostra capacità di stonare, di contrastare, di rompere il formato.

Le nostre imperfezioni sono perfette per essere amate e questo è il primo punto sul quale costruire una vita felice.